“Due partite sbagliate hanno mandato tutto all’aria”. Luciano Spalletti usa poche parole per fotografare il momento della Juventus. Un solo punto raccolto nelle sfide interne contro Verona e Fiorentina ha frenato bruscamente la corsa verso la qualificazione alla prossima Champions League, un traguardo che alla Continassa davano quasi per acquisito. Il tecnico non si nasconde e mette in discussione prima di tutto il proprio operato, senza accampare scuse.
Autocritica e limiti strutturali
Spalletti non ha intenzione di lasciare l’incarico. La sua analisi è lucida. L’allenatore ritiene di non essere riuscito a far superare alla squadra certi blocchi mentali, riemersi con prepotenza nei momenti decisivi della stagione. Nonostante il suo lavoro sia considerato più incisivo rispetto alle gestioni precedenti, i blackout improvvisi sono un limite che la Juventus non ha ancora superato.
Il tecnico vive la situazione con amarezza, consapevole delle conseguenze che un fallimento europeo avrebbe sul progetto sportivo. I contatti con John Elkann, sebbene assente dallo stadio per impegni all’estero, sono costanti. Il bilancio della sua gestione resta comunque positivo, con 53 punti conquistati in 28 partite, un ritmo inferiore solo a quello dell’Inter.
Un calo fisico e offensivo
A pesare sul rendimento sono state anche le condizioni di alcuni uomini chiave. Weston McKennie appare da settimane privo della sua consueta brillantezza atletica, mentre Kenan Yildiz continua a essere frenato da problemi al ginocchio. Il crollo finale ha coinciso con le difficoltà di un reparto offensivo che ha faticato a trovare continuità. Dusan Vlahovic è stato atteso per mesi, mentre attaccanti come Loïs Openda e Jonathan David non hanno inciso come sperato, lasciando la squadra senza punti di riferimento. Anche Teun Koopmeiners non ha rispettato le attese. Spalletti aveva rinnovato il contratto senza garanzie sulla competizione europea da disputare, ma ora il traguardo si è complicato.




