Una Juventus in continua trasformazione. Il dato racconta una storia chiara: su 42 partite stagionali disputate tra campionato, Champions League e Coppa Italia, la formazione titolare è cambiata per ben 39 volte. Un’instabilità apparente. Questa tendenza, iniziata con Igor Tudor, è proseguita sotto la guida di Luciano Spalletti, portando la squadra a presentarsi quasi sempre con un volto nuovo. Soltanto in un’occasione, prima della sosta per le nazionali, la squadra è scesa in campo con gli stessi undici per due gare consecutive, contro Udinese e Sassuolo. Un’eccezione che conferma la regola di una costante evoluzione.
Una spina dorsale nonostante i cambi
Spalletti ha alternato con frequenza i sistemi di gioco. Il tecnico ha inizialmente lavorato sul 3-4-2-1, per poi orientarsi verso il 4-2-3-1, senza però abbandonare del tutto la difesa a tre quando le circostanze lo richiedevano. Le rotazioni sono state una costante. Tra infortuni, squalifiche e un calendario fitto di impegni, la ricerca di continuità è stata complessa, ma non ha impedito la definizione di un gruppo di leader tecnici. Nonostante i continui cambiamenti, emerge infatti una chiara spina dorsale. In difesa, il punto fermo è Pierre Kalulu, in campo dal primo minuto in 41 occasioni su 42, supportato da Lloyd Kelly e Andrea Cambiaso. A centrocampo, la leadership poggia su Manuel Locatelli, Khéphren Thuram e l’instancabile Weston McKennie, un jolly fondamentale per la mediana. E poi in attacco l’insostituibile Yildiz.




