Marcello Lippi riapre il libro dei ricordi e svela i dettagli che portarono la Juventus a conquistare la Champions League nel 1996. In un racconto che mescola tensione e aneddoti, emergono due momenti chiave di quella cavalcata europea: il discorso motivazionale nello spogliatoio prima della finale contro l’Ajax e la maniacale ricerca della perfezione di Alessandro Del Piero durante gli allenamenti.
“Questa è la notte!”: la carica prima della finale
Prima di affrontare l’Ajax a Roma, Lippi radunò la squadra. “Sono i più forti? Sicuro“, ammise il tecnico, riconoscendo la forza dei campioni in carica. Ma subito dopo accese l’orgoglio del gruppo, evocando l’impresa dell’Italia contro il Brasile nell’82 e ricordando lo scudetto appena vinto contro un Milan considerato imbattibile.
Il suo fu un discorso spontaneo, non preparato, che culminò in una convinzione profonda: “Una maledetta volta tocca a noi. Ed è questa la volta, lo sento“. Lippi spiegò ai suoi giocatori che quella coppa era un dovere verso i tifosi che non avevano dimenticato l’Heysel e un sogno per l’Avvocato Agnelli. I giocatori, descritti come “statue di marmo” con gli occhi rossi di concentrazione, assorbirono ogni parola prima di essere investiti dal boato di un Olimpico quasi interamente bianconero.
L’esperimento di Del Piero: “Voglio provare cose nuove”
Quel trionfo non nacque solo dalla carica emotiva, ma anche dalla cura ossessiva dei dettagli. Lippi racconta di un episodio emblematico che vide protagonista Alessandro Del Piero. Finito un allenamento, il tecnico notò il suo numero 10 ancora in campo, impegnato a calciare punizioni da una distanza quasi impossibile. “Mi alleno, mister. Cerco cose nuove“, gli disse Del Piero. L’attaccante stava sperimentando una nuova tecnica per imprimere al pallone una parabola simile a quella delle punizioni a due del calcio brasiliano, con la sfera che prima sale e poi scende bruscamente. Nonostante lo scetticismo iniziale di Lippi, che definì la soluzione “improbabile“, Del Piero continuò con entusiasmo. Quella dedizione, definita da un collaboratore come quella di un “maniaco delle punizioni”, era il simbolo della mentalità di un campione e di una squadra che si preparava a salire sul tetto d’Europa.




