Una tripletta al Mondiale per entrare nella storia della Juventus. Jonathan David ha trascinato il Canada contro il Qatar, eguagliando un record che resisteva dal 1982, appartenente a Paolo Rossi. Una prestazione che riaccende i riflettori sul rendimento dell’attaccante, tra le certezze offerte dalla nazionale e le difficoltà incontrate in bianconero.
Le due facce del bomber
La serata contro il Qatar ha mostrato un giocatore diverso da quello visto nella sua prima stagione a Torino. Con la maglia del Canada, David è tornato il centravanti prolifico che aveva segnato 180 gol in carriera prima di arrivare in Italia, secondo solo a Erling Haaland tra i nati negli anni Duemila. I suoi 10 gol con la Juventus, 8 in Serie A e 2 in Champions League, sono numeri inferiori alle attese. Una situazione che lo stesso attaccante ha descritto con lucidità: «È la vita di noi attaccanti. Quando non segni, vieni criticato». La tripletta, impreziosita da una splendida conclusione al volo, riapre il dibattito sul suo potenziale ancora inespresso con il club.
Fiducia e tattica: il bivio degli allenatori
Il rendimento di David sembra legato anche alle diverse filosofie dei suoi allenatori. Luciano Spalletti ha analizzato le sue caratteristiche tecniche, spiegando come valorizzarlo. «Quando gli butti palla addosso, per Jonathan diventa una prigione. Lui è più da gioco pulito, da palla sistemata e pensata». Un approccio tattico che si contrappone a quello del commissario tecnico del Canada, Jesse Marsch, basato sulla fiducia totale. Marsch lo ha definito il giocatore più intelligente mai allenato, garantendogli supporto incondizionato. Una scelta che ha pagato, come dimostra la sua previsione prima della partita: «Mettetevi comodi, allacciate le cinture e preparatevi. Nelle grandi partite, vogliamo che lui segni e segnerà… e quando segnerà, non si fermerà».
Oltre il gol, tra dolore e commozione
La partita non è stata solo una celebrazione sportiva. David ha vissuto momenti complessi, come il calcio di rigore prima concesso e poi annullato dal VAR. L’emozione più forte è arrivata con il grave infortunio del compagno di squadra Ismael Koné, costretto a uscire per una frattura. L’attaccante bianconero ha mostrato grande sensibilità nel dopo gara. «Naturalmente è stato molto duro per noi, per lui, per la squadra. Dobbiamo essere forti e giocare per lui». Un carattere forgiato anche da un dolore personale, la perdita della madre Rose nel 2019, alla quale dedicò un’esultanza con un fiore ai tempi del Lille. La sua prestazione al Mondiale è una dimostrazione di resilienza che ora la Juventus spera di vedere presto anche in campo.




