Plusvalenza Mandragora, chiesti due anni per Campoccia: siede in consiglio Figc con Chiellini
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Plusvalenza Mandragora, chiesti due anni per Campoccia: siede in consiglio Figc con Chiellini

L’operazione Mandragora tra Juventus e Udinese del 2018 finisce in tribunale. La procura chiede due anni per i dirigenti friulani, ma il caso si intreccia con la politica sportiva e il consiglio Figc.

L’operazione che nel 2018 portò Rolando Mandragora dalla Juventus all’Udinese è al centro di un’inchiesta della Procura di Udine. Gli inquirenti stanno esaminando la struttura del trasferimento, ritenendo che la clausola di riacquisto concordata tra i due club potesse celare un obbligo già definito.

Le richieste della Procura

Per il presidente dell’Udinese Franco Soldati e il vicepresidente Stefano Campoccia la Procura ha chiesto due anni di reclusione. Le contestazioni riguardano le ipotesi di falso in comunicazione sociale, dichiarazione fraudolenta ed evasione dell’Ires.

Secondo l’accusa, l’operazione avrebbe consentito al club friulano di contabilizzare una plusvalenza superiore ai 3 milioni di euro e di evadere imposte per oltre 400 mila euro. La difesa di Campoccia, invece, ha chiesto l’assoluzione, mentre per l’Udinese è stata avanzata la richiesta di un’ammenda da 500 mila euro.

Il caso Mandragora e il riferimento a Chiellini

L’accordo tra Juventus e Udinese prevedeva la cessione di Mandragora con una clausola di riacquisto fissata a 20 milioni di euro, esercitata successivamente dal club bianconero. Proprio questo meccanismo è al centro delle contestazioni della Procura, che sostiene la tesi di un obbligo mascherato da semplice opzione.

La vicenda ha avuto eco anche sul piano istituzionale. Stefano Campoccia, infatti, siede nel Consiglio federale della FIGC insieme a Giorgio Chiellini, oggi rappresentante della Juventus nello stesso organismo. L’ex capitano bianconero è completamente estraneo all’inchiesta e non risulta coinvolto nel procedimento, ma la contemporanea presenza dei due dirigenti nel Consiglio federale ha riportato l’attenzione anche sugli sviluppi istituzionali della vicenda.

Sarà ora il tribunale a stabilire se l’operazione rispettasse pienamente la natura dichiarata dalle parti oppure se, come sostiene la Procura, la clausola di riacquisto costituisse un obbligo già concordato.